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Rivarolo Canavese: memoria e identità nel racconto di Benedetto Cardaci

  • Immagine del redattore: smartyagencysmm
    smartyagencysmm
  • 24 giu
  • Tempo di lettura: 5 min

Rivarolo Canavese è una comunità in continuo movimento, fatta di storie, idee e persone che ogni giorno contribuiscono alla sua evoluzione.

In questa intervista ripercorriamo alcuni momenti significativi del passato della città, dalla vita quotidiana di un tempo alle trasformazioni che ne hanno segnato il cammino, attraverso le parole di chi la vive da vicino e di chi, come Benedetto Cardaci, con la propria storia ha contribuito a costruire la Rivarolo che conosciamo oggi.

Un’occasione per riscoprire le radici della comunità e immaginare insieme il suo domani.




Le origini


Benedetto, come nasce la sua storia?


<< Sono nato a Catania nel 1941, in piena guerra. Da bambino ho imparato presto due cose: che la vita può essere dura, e che la comunità è la risposta alla durezza. I Salesiani e lo scoutismo mi hanno formato nel profondo. Mi hanno insegnato il senso del dovere, la solidarietà, il rispetto. Quelle radici non le ho mai abbandonate. >>


La scoperta dello sport


Come è arrivata la corsa?


<< Quasi per caso. Avevo già una buona base fisica grazie alla boxe e al rugby, sport che ti formano nel carattere prima ancora che nel fisico. Un giorno un professore mi convinse a partecipare a una corsa campestre scolastica. Corsi. E capii che era la mia cosa. Da lì alle gare provinciali, regionali, alla convocazione federale: tutto in pochi mesi. Fu come accendere una luce in una stanza che non sapevo di avere. >>


Le Fiamme Gialle e la maglia azzurra


Cosa ha rappresentato per lei quel periodo?


<< Una delle esperienze più importanti della mia vita. Terzo ai Campionati Italiani Allievi nel 1958, campione regionale nel 1959, poi l'ingresso nelle Fiamme Gialle nel 1960. Ho gareggiato per l'Italia nell'incontro internazionale Italia–Grecia: secondo nei 400 metri, poi la vittoria nella staffetta 4x400. Nel 1962 e nel 1963 ho raggiunto due finali ai Campionati Italiani Assoluti. Sono ricordi che non sbiadiscono. Il silenzio prima dello sparo. Il rumore dello stadio. La sensazione di dare tutto per qualcosa che ami. >>


L'incidente e la rinascita


E poi la carriera si interrompe...


<< Sì. Un incidente cambia tutto. All'inizio è uno shock: ti senti svuotato, come se ti avessero portato via qualcosa di essenziale. Ma poi capisci che la vita non chiude una porta senza aprirne un'altra. La mia nuova porta si chiamava insegnamento. Se non potevo più correre, potevo insegnare a correre. È stato un passaggio doloroso, ma anche il più ricco della mia vita. >>


L'arrivo a Rivarolo Canavese


Nel 1980 arriva a Rivarolo Canavese. Cosa trova?


<< Una città con strutture sportive belle, ma abbandonate. Nessuno le usava davvero. Io ci ho visto subito qualcosa. Ho fondato la Società Atletica Rivarolo, ho creato il Trofeo Città di Rivarolo, ho aperto il Centro C.A.S. Ho trasformato spazi vuoti in luoghi di crescita. Molti dei ragazzi che hanno frequentato quei campi sono arrivati a competere a livello nazionale. Ma quello che conta di più non sono i podi: è ciò che hanno imparato lungo la strada. >>


Il lavoro con i giovani


Cosa può insegnare oggi ai ragazzi?


<< Una sola cosa, che vale per tutto: il talento conta poco, senza l'impegno quotidiano. La costanza è più potente del talento. La lealtà vale più della velocità. Il rispetto è la base di qualsiasi percorso. Questi non sono principi astratti: sono la sostanza di una vita passata in pista, in palestra, a guardare ragazzi timidi diventare persone sicure di sé. >>


Il ruolo degli adulti


Cosa direbbe a genitori, insegnanti, allenatori?


<< Di essere degli esempi. Prima di tutto. I ragazzi non ascoltano le parole: guardano i comportamenti. La lealtà si insegna vivendola. La coerenza si trasmette con i gesti. Il compito di un adulto non è produrre campioni: è costruire persone capaci di impegnarsi, di non arrendersi, di stare con gli altri con dignità. >>


La preparazione come fondamento


Perché insistere sulla preparazione prima di scegliere una disciplina?


<< Perché la preparazione non è un passaggio tecnico: è un atto di rispetto. Verso il proprio corpo, verso la propria mente, verso chi ti affianca. Prima di specializzarsi bisogna costruire una base solida. Solo così la scelta diventa vera, consapevole, duratura. Un atleta che salta questa fase crolla presto. Una persona che la vive davvero porta quella solidità con sé per tutta la vita. >>


Lo sport come educazione


"Lo sport educa": è ancora vero?


<< È sempre vero. Lo sport ti mette davanti ai tuoi limiti e ti chiede di affrontarli, senza scorciatoie. Ti insegna a perdere con dignità e a vincere senza arroganza. Ti mette accanto agli altri e ti chiede di rispettarli. Non è un'attività collaterale: è una scuola di vita. La vittoria passa. Quello che si impara resta. >>


Le prove personali


Ha affrontato due incidenti gravi. Come si trova la forza?


<< Con la famiglia, prima di tutto. E con la convinzione che arrendersi non sia un'opzione. Mi hanno ricostruito due femori e un bacino. Ma io avevo ancora cose da fare, ragazzi da seguire, una società da far crescere. Lo sport ti insegna a rialzarti. Io l'ho fatto più volte nella vita, non solo in pista. >>


La famiglia


Quanto ha contato la sua famiglia?


<< Tutto. Mia moglie Marisa è stata una donna di grande spessore: studiosa, insegnante, autrice del primo Vocabolario Etimologico Piemontese. Mia figlia Roberta è cresciuta nello sport e ne è diventata dirigente. Sono il mio orgoglio più grande. Senza di loro, questa storia non esiste. >>


L'eredità


Oggi la società che ha fondato è viva e solida. Cosa prova?


<< Serenità. Una serenità profonda. Vedo ragazzi correre dove prima c'erano solo strutture vuote. Vedo istruttori che trasmettono valori. Vedo famiglie che credono nello sport come bene comune. Questo è ciò che volevo costruire. Sono felice di ciò che ho fatto. Davvero. >>



La storia di Benedetto Cardaci è quella di un uomo che ha trasformato una carriera sportiva interrotta in un’opera di comunità. Atleta, allenatore, fondatore, educatore: una vita intera messa al servizio dei giovani e dello sport come strumento di crescita civile. E questa dedizione ha trovato forza anche nel suo mondo familiare, dove l’impegno non era mai a senso unico: loro nelle cose di lui e lui nelle cose loro.

Marisa, con il suo percorso nelle lingue, nella scuola e nella cultura, e Roberta, passata dallo sport all’architettura e alla responsabilità pubblica, hanno condiviso lo stesso orizzonte di lavoro, studio e responsabilità. Insieme, hanno costruito un ambiente in cui crescere, educare e restituire non erano solo valori, ma un modo di stare al mondo. È lì che si comprende davvero la misura del suo cammino.



Galleria foto


art. e foto a cura di Marta Giglio e Susanna Obert di SMarty

 
 
 

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