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LA MAGGIORANZA SILENZIOSA

  • Immagine del redattore: smartyagencysmm
    smartyagencysmm
  • 14 mag
  • Tempo di lettura: 2 min

C’è questa idea romantica dei social come “luogo di conversazione”. Peccato che non sia proprio così… e non lo dico io, lo dicono i dati.



Uno studio della Northeastern University, guidato dalla data scientist Anees Baqir, mostra che circa il 90% degli utenti non pubblica, non commenta, non interagisce. Osserva. Punto. Lascia che siano gli altri a esporsi.

E no: non è timidezza. È una scelta.



Il silenzio digitale non è un difetto: è un filtro


La psicologia sociale (quella vera, non le frasi motivazionali) ci ricorda che viviamo in un “palcoscenico sociale”, come spiegava Erving Goffman.

Sui social questo palcoscenico diventa un’arena: ogni parola può essere salvata, giudicata, fraintesa, ripescata anni dopo.

In un ambiente così, tacere non è “non partecipare”. È non regalare dati, vulnerabilità e reazioni a piattaforme che monetizzano tutto.

Il silenzio diventa una forma di autodifesa cognitiva.




La maggioranza silenziosa non è passiva: è selettiva

E qui arriva un altro dato interessante: una ricerca pubblicata nel 2024 su Frontiers in Psychology mostra che chi non interagisce spesso lo fa per motivi molto chiari:

- stanchezza da piattaforma

- bisogno di privacy

- rifiuto della performance continua

- saturazione emotiva

- consapevolezza del costo dell’esposizione

Non sono “utenti invisibili”. Sono utenti che non si fanno usare  o che hanno capito quanto sia facile sbagliare, esporsi, essere fraintesi.





Le piattaforme non sanno gestire chi non parla


Gli algoritmi vivono di interazioni. La maggioranza silenziosa, invece, vive di distanza.

E questo manda in tilt il sistema: meno commenti → meno dati → meno profilazione → meno soldi.

Ecco perché ogni piattaforma ti spinge a “dire qualcosa”. Non perché tu abbia davvero qualcosa da dire, ma perché hai valore solo se produci dati.

Gli servi parlante.



In un mondo che ti chiede costantemente di esibirti, scegliere il silenzio è un atto politico.

Non è sparire. È sottrarsi. È decidere che la tua presenza non deve essere misurabile per essere reale.

Il silenzio non è assenza. È controllo.

Ma attenzione: questo vale per i profili privati


Per chi lavora con i social (attività, brand, professionisti, aziende) la storia cambia completamente.

il silenzio non è protezione: è invisibilità.

E invisibilità, nel business, significa una cosa sola: non esisti.

Per funzionare, i social vanno usati. E vanno usati bene: con identità, strategia, coerenza e intenzione.


Ispirato all’articolo scritto da Roberto Arciola su MELABLOG

 
 
 

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